Il Palio de "La Marciliana"

Sant’Andrea Mestieri

Nella contrada ferve laboriosa l’opera di esperti artigiani: il fabbro sbalza il rame, creando stoviglie ed altri utensili, il vetraio piomba il vetro, le donne ricamano a telaio, lavorano ai ferri e confezionano bambole in stoffa, il mugnaio trita il grano con la macina, l’affrescatore è intento alle sue pitture…

All’interno della nostra contrada l’osteria non rappresenta solo il banco per la mescita del vino, ma anche il luogo in cui degustare le specialità tipiche da sempre in uso. Da sempre a Chioggia si fa grande uso di pesce. Ciò è comprovato da una lettera del 500 d.C. scritta da Cassiodoro ai Tribuni Veneti in cui egli dice: “ una sola cosa è in copia agli abitanti di costì, il pesce che tutti li nutre, e ricchi e poveri”. Che cosa si serve nelle taverne medievali? Vino soprattutto, ma anche la “claeria”, ovvero vino speziato, più forte del normale, distribuito in genere dagli speziali della città, è qui presente. Il cibo è popolare: dalle panicce (focacce di cereali o legumi) alle torte salate fatte di pasta di pane ripiene di verdure o formaggio. Le pietanze da taverna, dovendo garantire un buon commercio di vino, stimolano la sete: la minestra di fagioli secchi ad esempio, molto salata, detta anche “Macco” (dalla medesima etimologia “maccare”, “ammaccare” ovvero ridurre a farine e impastare, nasceranno poi i maccheroni ed gli gnocchi, nel significato più antico del termine, una vivande care alla cucina contadina), e lo scapece, ovvero pesce fritto e marinato in sale e aceto per una lunga conservazione. Proprio questo cibo viene esplicitamente definito “schibezia a tavernario” in un ricettario del XIV secolo. Nella taverna di Sant’Andrea si possono assaggiare le sardine fritte e il “saore”, variante dello “scapece” che nella nostra zona veniva arricchito con cipolla, ortaggio fiorente in “Clugia Minor”. Anche  la cucina a volte può servire ad aiutare la magia, ed ecco l’ “Agliata di Noci”, salsa afrodisiaca. Con quelle secche se ne fa una buona salsa che agliata si appella perciò che in farla vi va l’aglio molto. Prima si pigliano i più sani e i più bianchi spicchi delle noci e quella quantità che l’uom vuole, e si pestano in un mortaio di pietra nello quale sian pestati due tre spicchi d’aglio. Si prendon poscia molliche di pane duro bagnato nel brodo di carne e si uniscano. Il tutto ben pestato si liquefa con ancora brodo e siaggiunge pepe franto. S’usa mangiare tal salsa calda con la carne di porco o ancora di coprine i piatti di maccaroni”.

La lavorazione al tombolo ha origini antichissime. Manifestazioni di questa antica arte possono essere fatte risalire ad insediamenti millenari dalla testimonianza dei fuselli in osso, rinvenuti all’interno di tombe etrusche. Una datazione così antica rende difficilmente identificabile una precisa origine territoriale e temporale dell’arte del tombolo. Certa è la necessità per le donne di ogni epoca e ceto sociale, da sempre tenute alla cura del focolare, di attendere alla casa, procurandosi quanto occorra per la sussistenza e l’ornamento della stessa. Il lavoro al tombolo, elevato attraverso i secoli ad arte, ha seguito il trascorrere del tempo, adattandosi via via al cambiamento di costumi ed al progresso tecnologico, sino ad una decadenza dovuta all’introduzione di lavorazioni meccanizzate. Oggi la produzione del ricamo a tombolo è sempre più apprezzata dagli amanti del bello. La particolarità della lavorazione, la sua difficoltà evidente nei tempi di produzione, non diversi da quelli delle nostre antenate, fanno dell’intreccio al tombolo un tesoro culturale da tramandare di generazione in generazione, ciò che la contrada di Sant’ Andrea cerca di ottenere con la sua scuola.