Il palio della Marciliana

San Michele Mestieri

Le Lavandaie

Il ”lavare i panni” era uno dei lavori più ingrati  per le donne nel Medioevo, sia in campagna che in città.  La mancanza di acqua nelle case, il doverla procurare raccogliendo quella piovana, o attingendola dal pozzo che non tutte le famiglie possedevano, faceva aumentare la mole di lavoro da doversi sobbarcare. È vero che una volta non ci si cambiava d’abito così spesso, anzi, nessuno possedeva più di uno o due abiti che duravano anni e poi venivano riciclati facendoli usare,  risistemati, ai bimbi.   Fare le lavandaie era un vero e proprio rito, aveva regole e procedimenti ben precisi che le donne seguivano con molto scrupolo, ma era un momento socialmente importante: al di fuori delle case, esse si incontravano, raccoglievano notizie, si scambiavano esperienze, creavano legami e trovavano il modo per rendere il lavoro meno faticoso attraverso il canto e il ballo…. improvvisato!  

Le lavandaie di San Michele: mettono al fuoco l’acqua in un capiente pentolone di rame e la portano ad ebollizione, aggiungono la cenere e la lasciano  bollire per  8-10 minuti.  Nel frattempo altre immergono nel mastello di legno i panni, le lenzuola e gli abiti da lavare.

Altre due prendono successivamente un telo e tenendolo per i quattro lati, lo appoggiano sopra al mastello, mentre  altre due versano l’acqua calda con la cenere. In questo modo si filtra il tutto, la cenere rimane nel telo mentre il liquido ottenuto diventa un ottimo detergente e sbiancante.

A questo punto i panni vengono lasciati un po’ in ammollo, quindi si procede a spazzolare e sbattere su una tavola di legno con molta energia e.. buon olio di gomito, successivamente si strizza e si stende al sole.  Le contradaiole, dopo aver tanto lavorato, anche se stanche, si dilettano con il loro ballo di gruppo: “non posso far bucato che non piova”.

 

PANE

Il pane veniva solitamente preparato in casa, ma cotto presso i forni pubblici. Preferito il tipo secco che si prestava di più ad essere conservato, dal momento che  le famiglie preparavano l’impasto solo due volte al mese, solitamente il giovedì.

La pasta lievitata veniva suddivisa nelle varie forme e portata a cuocere dal ”pistor” (il fornaio chioggiotto), possibilmente di sabato. Questo affinché la mensa della domenica fosse arricchita da qualche pezzo di pane con mollica ancor tenera. Solo nelle grandi occasioni il pane poteva essere bianco.

 Le contradaiole sono intente  a mescolare farina (fornita dai Procuratori alle biade del Comune, così come stabilito dagli Statuti al capitolo 225) e acqua fino ad ottenere con molta pazienza un buon impasto. Con l’aiuto della gramola, continuano a lavorarlo per ottenere un prodotto consistente. A questo punto, le donne avvolgono, come si trattasse di un bambino, la pasta in un panno umido, la depongono in un luogo possibilmente  caldo e buio e la lasciano lievitare. Successivamente sarà divisa nelle forme desiderate e.. a tempo debito, queste  saranno portate a cucinare dal fornaio (pistor) della contrada di San Giacomo.  Il fornaio avrà cura di riscaldare bene il forno, pena di risarcire il danneggiato a discrezione del Podestà (capitolo 34).  Una volta cucinato, il pane sarà portato alla taverna della contrada.

 

 CESTAIO

Il mestiere del cestaio, oggi praticamente scomparso, era un tempo assai diffuso. Sino all’avvento dell’industrializzazione, infatti, il giunco intrecciato veniva considerato la materia prima più duttile ed economica. La professione del cestaio è ricordata dai cognomi Cestèr e Cestàri. Pare che nella Chioggia medievale vi fossero aziende artigiane capaci di lavorarlo praticamente in serie. Questo materiale era utilizzato per la realizzazione di tutti i contenitori destinati all’uso domestico. Costavano infinitamente meno rispetto a quelli di legno.  Abili mani intrecciavano con gran rapidità i giunchi, detti “venchi” nel dialetto locale. Il termine “venco” deriva dal latino “vinculum”, che significa anche legaccio, intreccio, nodo. Solitamente, le fascine giungevano dalle campagne circostanti. Le portavano i contadini che si recavano in città per vendere le loro cose. Enormi carichi ne arrivavano anche attraverso i canali, da Loreo (Lauretum) e Cavarzere (Caput Aggeris). I cestai producevano contenitori di varia foggia sia per i lavori connessi al mare, che per quelli della campagna. Sino ad epoche assai recenti, il pesce veniva trasportato propri in ceste di vimini. Caratterizzate da una base ampia, erano munite di sponde piuttosto basse. I pesci, infatti, dovevano essere disposti senza troppe sovrapposizioni. Il pregio fondamentale di questi tipici contenitori era la permeabilità. Lasciavano scolare tutta l’acqua che, se trattenuta, avrebbe fatto marcire il pesce, mantenuto fresco grazie a continue spruzzate d’acqua di mare. I “cestari” chioggiotti, però, erano specializzati soprattutto nella produzione di vivai per pesci e crostacei. Si tratta d’un’attività sopravvissuta sino all’inizio degli anni Sessanta, documentata da fotografie e quadri d’autore. L’ultimo intrecciatore di “venchi” lavorava all’aperto, in calle Malanni, davanti al proprio magazzino. Realizzava soprattutto “vièri”, vivai per i granchi destinati a diventare “moleche”. La forma di questi vivai risultava elegantissima; la loro funzionalià non era affatto inferiore rispetto a quella degli attuali, antiestetici, “vièri” di plastica. Secondo il parere di molti esperti, i vecchi cestoni artigianali potrebbero essere vanta gioiosamente reintrodotti, a tutto beneficio del paesaggio lagunare. La produzione dei migliori “cestari” era vastissima. Spaziava dalle gerle ai contenitori per il trasporto del pane; dalle casse per muratori ai contenitori domestici che la gente comune utilizzava in luogo della mobilia. Secondo qualche esperto di Storia della Navigazione, questi artigiani avrebbero anche realizzato zatteroni e canoe simili a quelle costruite tutt’ora dagli indios del lago Titicaca. Queste barche ultra economiche, inadatte alla navigazione vera e propria sarebbero state utilizzate per spostamenti brevi, tra isole. L’ultimo costruttore di “vièri”, di cui Chioggia non serba quasi più memoria, sarebbe stato, dunque, l’erede d’una tradizione antica e gloriosa. Via via impoveritasi con l’avvento dei materiali moderni e col mutare del panorama economico.

 

FABBRO

 Artigiano che costruiva tutto il necessario piegando il ferro rovente esclusivamente con l’incudine e il martello. Nella sua bottega, soffocante dal caldo sopratutto nel periodo estivo a causa dell’elevata temperatura provocata dai fuochi usati per il surriscaldamento del ferro, venivano costruiti, fra le altre cose, i ferri da cavallo. I semplici fuochi, alimentati dal soffio della “fola” (mantice), divennero in seguito dei forni. Il fabbro ferraiolo costruiva anche serrature, chiavistelli, chiavi e sopratutto spade.