Il palio della Marciliana

San Giacomo Animazioni

LA CERVOGIA -FRATI BIRRAI

Dalla Mesopotamia per opera dei Sumeri si hanno i primi segnali della cultura della birra. Quest’arte è giunta nel mediterraneo e i Romani la portarono nei paesi Sassoni durante le loro conquiste. Popolazioni trivenete furono le prime a produrre la birra.

Nel primo medioevo la “cervogia” o birra era prodotta in ambiente familiare anche perché non era tanto conservabile. La produzione vera e propria è partita dai Monasteri dove frati e monaci pregano e lavorano con le erbe, radici ecc. per ottenere medicinali e liquori e quant’altro.

I contadini portavano orzo e cereali e i monaci la producevano e così si diffuse nel territorio.

Alla partenza la birra veniva tolta come bevanda medicamentosa e come ricostituente, come purgante o come digestivo ecc.

Il malto veniva prodotto dall’avena, segale, orzo e tali cereali venivano seminati su suolo inumidito, poi essiccati specie su focolari a griglia.

L’amido veniva trasformato in zuccheri fermentabili tramite la farina ottenuta dalla macinazione dei cereali essiccati. Si filtrava il tutto e lo si faceva bollire per diverse ore e si otteneva una birra scura e corposa e carica di potere nutrizionale.

La birra veniva aromatizzata con rosmarino, ginepro ecc. non esistendo a quel tempo il lievitoe così si nascondeva il gusto acido della fermentazione.

Dopo il XIII secolo si utilizza il luppolo scoprendo il suo potere conservante e l’ottimo connubio con il malto d’orzo.

LA TAVERNA – OSTERIA

Il termine “osteria” recita: “locale pubblico dove si serve da bere, prevalentemente vino, e dove si offrono anche pasti alla buona”. Però non bisogna trarsi in inganno poiché il “termine” ha avuto, nella sua storia, varie oscillazioni di significato.

Le sue origini sono nobilissime, dato che deriva dal latino hospes (ospite): vorrebbe quindi dire “luogo d’ospitalità”.  “Oste” è chi gestisce l’osteria.

Nel Medioevo l’osteria conserva sempre la funzione di fornire vitto, alloggio e stallaggio e diventa un necessario posto di sosta per i viaggiatori in transito.

Un tempo era luogo di ritrovo per i cittadini dove si veniva a conoscenza delle novità e anche per dimenticare un po’ i propri problemi magari aiutandosi con una bevuta di buon vino.

L’oste poteva anche organizzare giochi d’azzardo come quello dei dadi sia per divertire i commensali ma anche per evitare eventuali risse dovute all’effetto dell’alcool.

Gli osti fornivano pure alloggio per la notte come oggi fanno gli alberghi. Ogni ospite doveva depositare le proprie armi onde evitare che girassero per Clugia armati. Il cibo doveva essere sano e il posto pulito. Si poteva pagare anche con oggetti in pegno. Gli osti osservavano gli statuti del Podestà e chiudevano le taverne-ostarie a orario stabilito nella notte.  Come allora la nostra Osteria della Capasanta è disposizione dei presenti: primo per dare cicchetti, ottimi assaggini come le “sarde in saor”, questo agrodolce, arrivato da Costantinopoli, mescola il pesce alla cipolla, all’uva passa, ai pinoli ed all’aceto. Oltre ad avere un gusto speciale, poteva essere portato in navigazione e consumato a distanza di giorni con i “bussolai” (biscotti che duravano nel tempo),  e degli ottimi biscottini tipici della contrada, secondo per fare animazione con salti e balli. Naturalmente una offerta per tale ristoro e divertimento non verrà mai rifiutata: la damigiana di vetro accoglierà tutto.

RAMAIO

Il rame è un metallo, ricavato dalla Cuprite (minerale), dal latino Cuprum che vuol dire rosso.

Non è una scoperta affermare che la lavorazione del rame risale ai tempi dei Greci, Celti ed Egizi.

Il rame ha avuto un ruolo centrale nella storia delle monete e dei recipienti in genere. Grazie agli ordini monastici, in Italia come a Chioggia rifiorì l’artigianato legato alla lavorazione dei metalli di base come il rame.

La duttilità del rame portava a creare rilievi di storie sacre, reliquiari ecc. Tante volte si riutilizzava il rame dalle refurtive e saccheggi quando scarseggiava la materia prima.

A Chioggia nel periodo della guerra con i Genovesi e Patavini contro Venezia (1378 – 1381) l’artigianato del rame si limitò al mestiere del “calderaio” per aggiustare pentole, brocche, bacinelle, secchi per uso domestico di cucina. Si diffuse pure l’uso di lastre di rame nel periodo della guerra di Chioggia, per coprire i tetti delle case, delle chiese dei campanili ecc.

Veniva usato il rame per eseguire doccioni e canalette per lo scarico dell’acqua piovana.

Oggi tale figura del ramaio e del calderaio vero e proprio è …….. storia di secoli fa.

La nostra contrada affida a Mastro “Berto dee rose” l’esecuzione a mano di alcuni tipi di fiore: boccoli calle e margherite e tulipani in tridimensionalità e fatti totalmente a mano mediante:

legatura. Materiale di scarto come grondaie, fili elettrici di bobine ecc. sono elementi basilari per l’esecuzione di tali composizioni floreali.

Il ricavato della vendita di tali fiori e devoluto a Padre Leonardi Giuseppe dei PP. Cavanis di

Venezia, missionario in Congo a Kinshasa nella iniziativa “ Un fiore per l’Africa”.


BALLI DI CONTRADA

La Contrada di S.Giacomo si contraddistingue  per il gran numero di bambini partecipanti alla manifestazione del Palio.

Anche loro partecipano attivamente ai lavori della Contrada, aiutando gli adulti con piccoli lavori manuali, ma come sentono l’arrivo dei Musici, mollano in bando tutto ed iniziano a ballare.

Formano dei grandi cerchi ed iniziano a girare e saltellare coinvolgendo anche i più grandi a ballare.

VITA DI TAVERNA

Le taverne occupavano un posto di rilievo nella vita sociale medievale. Erano il luogo dove trascorrere il tempo libero al tramonto quando finiva la giornata lavorativa.
Nei giorni di festa ospitavano canti e balli sfrenati. Nella taverna di San Giacomo non mancano i dettagli di tutto rilievo dagli avventori, la mescita del vino, tavoloni, baldoria e baccano.
Il vino ha tolto i freni inibitori a qualche avventore solo il deciso intervento dell’oste poteva scongiurare il peggio.
Dal divertimento alla “baruffa”il passo era breve, complice il vino e la birra.
La taverna era affollata da gente comune e loschi individui, borseggiatori in primis abili a recidere i borselli con i soldi degli avventori e scappare.
Nelle taverne era formalmente vietato il gioco d’azzardo, dalle autorità considerato una forma d’ozio, cio’ non toglie che i giochi praticati siano accompagnati da una scommessa per la quale la posta in gioco poteva essere anche solo una brocca di vino.